Battaglini - Venosa
...la scuola del futuro

Quinto Orazio Flacco

 

   Quinto Orazio Flacco nacque l’8 dicembre del 65 a.C. a Venusia, vecchia colonia romana situata tra l’Apulia e la Lucania, sulla via Appia, oggi Venosa.

   Suo padre, un liberto piccolo proprietario terriero, fece dell’educazione del figlio lo scopo principale della sua vita e non volle mandarlo alla scuola locale "di Flavio, dove andavano con borse e tavolette appese sulla spalla sinistra i gran rampolli di quei grandi centurioni", ma lo condusse a Roma, per farlo istruire dai migliori maestri.

   A venti anni si arruolò nell’esercito che Bruto e Cassio stavano mettendo insieme dopo l’uccisione di Cesare, ma a Filippi nel 42 a.C., per sua stessa ammissione, fuggì "dopo aver abbandonato poco onorevolmente lo scudo, quando il coraggio fu infranto…".

   Tornato a Roma si ritrovò solo e senza i beni paterni, così la povertà e l’umiliazione lo spinsero a reagire, cercando la strada più consona alla sua natura: la poesia.

   Le prime composizioni l’imposero all’attenzione di Virgilio che lo presentò a Mecenate, il quale ben presto lo inserì nel circolo letterario di Ottaviano, fatto questo che gli assicurerà la tranquillità economica e gli permetterà di scrivere le sue opere, senza però perdere la sua indipendenza.

   Orazio amava, infatti, vivere in campagna, lontano dalla capitale e dagli onori della corte, forte sempre della sua ironia benevola, per cui bisogna impegnarsi a dire il vero sorridendo, per migliorare gli altri e se stessi, con compren-sione per le follie umane, occasionate più da ignoranza che da malvagità.

   Le sue opere sono numerose e di diverso genere, ma delineano il cammino di un poeta che parte dalla drammatica situazione personale e dall’instabilità politica generale (Epodi), per passare ad una pausa di distensione e di riflessione in un mondo che ritorna alla normalità e nel quale gli ideali da perseguire sono il "giusto mezzo" e la "libertà interiore" (Satire), per giungere al disagio di una società pacifica ed opulenta che, conscia della precarietà della vita, si interroga sul suo futuro ed alla quale l’unica risposta del saggio può essere "Quid sit futurum cras fuge quaerere, … ", ma "Carpe diem …", del tuo domani incerto non chiedere, ma afferma il dominio sul presente (Odi), per approdare, infine, al sentimento della vecchiaia che incombe, per cui il poeta può indicare la strada solo a se stesso, quella del buon senso e dell’autoironia (Epistole).

   Nell’ultima parte della sua vita, in cui si descrive basso di statura, pingue, canuto anzi tempo, di pelle scura, irascibile anche se facile a calmarsi, dovette accondiscendere ai desideri di Augusto e divenire il poeta ufficiale del regime, fu proprio a Roma che morì il 27 novembre dell’8 a.C.

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